Ci sono persone, che quando le conosci, ti ispirano un immediato senso di ammirazione, per la persona che traspare attraverso le parole e Barbara Oggero è una di queste. Barbara non è una semplice fotografa, quello che la distingue da tanti altri fotografi è lo scopo: quello che traspare dalle sue foto sono le storie dei protagonisti, quello che vuole trasmettere non è una semplice immagine, ma le sensazioni che provano i protagonisti al momento dello scatto, la loro storia, la loro vita vista in quell’attimo. Questo, per me, è quello che definisce un vero Fotografo. Penso a Steve Jobs quando diceva; ‘mi sono guardato ogni mattina allo specchio chiedendomi: “Se oggi fosse l’ultimo giorno della mia vita, vorrei fare quello che sto per fare oggi?”. E ogni qualvolta la risposta è no per troppi giorni di fila, capisco che c’è qualcosa che deve essere cambiato’. Bisogna essere coraggiosi e un po’ folli per riuscire a dare una totale svolta alla propria vita e Barbara ha avuto il coraggio di lasciare un lavoro che in tanti vorrebbero per inseguire un sogno. Per questo, e per molte altre cose, ammiro questa donna coraggiosa e un po’ folle.

Raccontaci di te, come ti sei avvicinata alla fotografia?

Mi sono laureata in lettere moderne dopodiché ho lavorato per 15 anni nella pubblicità, mi occupavo di marketing e comunicazione per grandi aziende e, anche se stavo facendo carriera, ho capito che questa non era la mia strada perché quello che facevo non mi rendeva felice tanto che anche la mia vita personale ne stava risentendo, quindi ho deciso di cambiare la mia vita: ho lasciato il lavoro e ho inseguito la mia prima passione, la scrittura. Ho iniziato a scrivere articoli di viaggio per blog specializzati e poi ho iniziato a fare foto. Ho approfittato della mia passione per il tango, per fare foto ai ballerini non professionisti e, in breve tempo anche i ballerini professionisti hanno iniziato a richiedermi servizi fotografici finché, con mia grande gioia e soddisfazione, sono diventata fotografa ufficiale della scuola Arte y Flamenco di Torino.

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Ph. Barbara Oggero

Quali sono i tuoi strumenti di lavoro?

La mia macchina fotografica e il mio pc con il quale faccio un minimo di postproduzione dopo il servizio fotografico. In realtà non ritocco mai le foto se non in piccoli particolari, il mio intento è quello di realizzare ritratti non in posa, ritratti da cui venga fuori la personalità dei soggetti. Quando arrivo sul set racconto qual è la mia idea e qual è lo scenario nel quale ho immaginato di ambientare lo scatto, quello che voglio non è semplicemente ritrarre qualcuno, ma raccontare la sua storia attraverso l’immagine.

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Ph. Barbara Oggero

Come definiresti la tua personalità.

Solare e socievole, di sicuro sono più sociale che social! Preferisco i rapporti umani a quelli virtuali.

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Ph. Barbara Oggero

Un sogno che vorresti realizzare.

Ho tanti sogni che vorrei realizzare, la mia parole d’ordine del 2017 è ‘crescita’. Ho intenzione di crescere come persona oltre che come professionista. Tra i miei sogni c’è quello di avere uno studio mio, al momento mi appoggio a studi esterni.

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Ph. Barbara Oggero

Qual è la cosa più importante che hai imparato in questi anni.

Ho imparato ad essere ottimista, i momenti di sconforto sono capitati, ogni tanto capitano e capiteranno ma ho imparato ad avere pazienza. Se decidi di essere un libero professionista è una dote che devi avere.

Ci sono dei fotografi che ti hanno ispirata o che apprezzi in particolar modo? 

Mi sento vicina allo stile di Florence Henry, fotografa francese degli inizio del ‘900. Ho ammirato un’esposizione dei suoi lavori al Museo Ettore Fico di Torino e quello che più mi ha colpito, di questa fotografa, è il fatto che sia riuscita a raccontare i suoi tempi, la sua vita e la vita delle persone che la circondavano, attraverso i suoi scatti. Ammiro anche il lavoro del fotografo italiano Gianni Berengo Gardin, un fotoreporter che ha la capacità di raccontare storie con occhio clinico, come se riuscisse a vedere lo scatto nella sua testa ancora prima che nella macchina fotografica.

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Ph. Florence Henry

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Ph. Gianni Berengo Gardin

Come definiresti il tuo stile fotografico?

Lo definirei vivo, il mio motto è: raccontare storie. Per me la foto deve essere un mezzo per raccontare una storia e il protagonista deve poter riconoscere se stesso ed essere in grado di rivivere le sensazioni provate al momento dello scatto anche a distanza di anni. Se mi trovassi nella situazione di dover fare un servizio fotografico di moda, e fotografare abiti, penserei subito a come poter raccontare l’idea dello stilista e trasmetterla a chi guarda le foto. Cos’è che lo stilista vuole trasmettere con i suoi abiti? Questo è il concetto dal quale partirei. Potrei anche pensare di utilizzare persone normali, non per forza modelle che non sempre rappresentano la maggior parte delle donne. Un fotografo che ben rappresenta il mio intento di raccontare storie è Steve McCurry che ha il grande dono di riuscire a creare una tale empatia con il soggetto che fotografa che, chi guarda la foto, sembra non avere più il filtro del fotografo, ha la sensazione di guardare negli occhi il soggetto fotografato e di riuscire a vedere la sua gioia o la disperazione o la paura.

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Ph. Steve McCurry

La tua personalità influisce sul tuo modo di fotografare?

Non potrebbe non essere così! Influisce anche l’umore del giorno e il tipo di rapporto che si instaura con le persone che devo fotografare. Quello che dico sempre è che il mio stile è al servizio del cliente, ma il cliente mi sceglie per il mio stile!  

Cosa rappresenta per te la fotografia? 

La fotografia è il mio modo di guardare il mondo e le persone. Quando viaggio non fotografo solo le cose belle, ma anche quelle brutte che a volte non vorremmo vedere, perché fanno parte di quel posto. Le immagini possono essere anche un mezzo per guardare il mondo con ironia, come fa il fotografo Elliott Erwitt che ritrae situazioni ironiche ed assurde di tutti i giorni.

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Ph. Elliott Erwitt

Qual è, fino ad oggi, lo scatto più bello che hai realizzato? 

Si dice sempre che lo scatto migliore è il prossimo e forse è vero. La realtà è che io mi affeziono a tutti i lavori che realizzo, a volte alle persone, a volte alle situazioni che ho vissuto sul set. Mi gratifica quando un cliente mi dice di essere felice del lavoro fatto ma ancora di più quando, durante i matrimoni le suocere mi baciano e mi abbracciano per la felicità!

Rossella de Palo